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A tal proposito esiste una leggenda.
Nel tempio di Lao Tsun, in Birmania, viveva un sacerdote il cui
nome era Mun Ha. Come fedele compagno aveva un gatto bianco dagli occhi
gialli di nome Sin.
Insieme a Mun Ha vivevano altri cento monaci con altrettanti fedeli compagni
degli stessi colori di Sin. Tutti insieme veneravano la Dea Tsun Kyan Tsè
dagli occhi di zaffiro e lunghe vesti dorate.
Un giorno il tempio fu attaccato dai predoni, che uccisero Mun Ha mentre,
con a fianco il suo compagno Sin, era in profonda meditazione davanti alla
statua della Dea Tsun Kyan.
Non appena il gatto vide il suo amico steso al suolo, salì sopra il corpo
inanimato fissando la Dea negli occhi quasi a chiedere vendetta.
Avvenne allora una straordinaria metamorfosi: il mantello del gatto prese il
colore oro della Dea, le zampe, il muso, le orecchie e la coda assunsero il
colore scuro della terra; gli occhi divennero blu zaffiro come quelli della
divinità. Solo le estremità delle zampe, che appoggiavano sul corpo del
sacerdote, rimasero candide in segno di purezza.
Nello stesso tempo, anche gli altri cento gatti del tempio subirono la
stessa trasformazione, e la trasmisero ai loro discendenti.
Accanto alla suggestiva leggenda che accompagna il Birmano, esistono più
tesi sull'origine di questo gatto misterioso. La prima vuole che un
ufficiale inglese che viveva in Francia nel 1918 abbia avuto in dono da
alcuni monaci buddhisti una coppia di gatti, il cui maschio morì durante il
viaggio. Fortunatamente la femmina era in dolce attesa e potè dare inizio
alla razza Birmana.
Un'altra tesi vuole il Birmano nato da un incrocio (non si sa se fortuito o
voluto) tra un Siamese e un Persiano, avvenuto nel 1924 sulla costa azzurra.
Il
Birmano è stato importato per la prima volta in Italia dalla Francia nel
1979 dalla dottoressa Franca Maria Gabriele, attuale presidente dell'
A.GA.B.I. (associazione italiana amatori del Gatto Sacro di Birmania).

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